Perché meditare

RIFLESSIONI SULLA PRATICA DEL DHARMA di Corrado Pensa

In un famoso discorso, Sedaka Sutta, il Buddha spiega come sia necessario  prendersi cura di sé e prendersi cura degli altri. Non dice – dogma del moralismo occidentale contemporaneo – che l’unica cosa importante è prendersi cura degli altri. In realtà è fondamentale sia prendersi cura di sé, sia prendersi cura degli altri. Il prendersi cura  di sé è frutto di una certa maturità e non ha niente a che vedere con la costante auto-preoccupazione. Senza dimenticare che, se ci siamo rafforzati grazie al prenderci cura di noi stessi, saremo certo più in grado di rivolgere fruttuosamente la nostra attenzione agli altri. 

Consideriamo anche che questa costante auto-preoccupazione è un’interessante combinazione di attaccamento al benessere e odio-avversione per il malessere. Interessante nel senso che fornisce materiale molto importante per  applicare la pratica della consapevolezza. Infatti solo limando con molta pazienza l’attaccamento, l’avversione e la paura, potrà finalmente dischiudersi la regina delle virtù: l’equanimità…

Imparare un nuovo modo di vivere

 Io credo che la liberazione sia liberarsi di tutto un modo sbagliato di essere, pensare,  sentire, agire e - al tempo stesso - imparare un nuovo modo di vivere, via via più illuminato dalla saggezza e dalla compassione. 

Annota Simone Weil: “Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza di crimini sofferti, osservati,  forse compiuti, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male . È questo innanzitutto che è sacro in ogni essere umano, il bene è l’unica  forma del sacro.”

Solo il bene, e ciò che è relativo al bene, è sacro.  E potremmo aggiungere che quello stesso qualcosa in fondo al cuore, oltre ad aspettarsi il bene, desidera  anche fare il bene, ma ne è impedito dagli inquinanti.

In proposito, vorrei ricordare che un famoso maestro contemporaneo, Chögyam Trungpa, ricorreva all’espressione ‘bontà fondamentale’ (presente in ogni individuo) per formulare il suo intendimento di quella luce interiore che nel Buddhismo Theravāda si chiama ‘mente-cuore luminosa’, nel Buddhismo Mahāyāna ‘natura del Buddha’ (variante Zen: ‘la cosa che non nasce e che non muore’). Dunque, a mano a mano che, in virtù del cammino interiore e della pratica della meditazione, riduciamo il potere degli inquinanti, questa bontà fondamentale – sempre meno da essi oscurata– ha la possibilità di manifestarsi nel desiderio, appunto, di fare il bene. E ciò vuol dire anche disposizione ad affrontare tutti gli ostacoli che si frapporranno al compimento di questo desiderio profondo. Aggiungiamo, infine, che il desiderio di bene ha la sua espressione più alta nel desiderio di liberazione per noi e per gli altri.  

Brano tratto dalla rivista dell’A.Me.Co. SATI n°2, 2013.

 

COLTIVARE LA SPAZIOSITÀ di Neva Papachristou

 Con la pratica della meditazione ci accorgiamo che l’abitudine ad identificarci con gli stati d’animo, le emozioni e i pensieri è talmente forte in noi che ci perdiamo  completamente in essi. Ma, sempre grazie alla pratica, sentiamo crescere  la fiducia di poter accogliere i nostri stati d’animo, le emozioni e i pensieri in un modo nuovo, più libero, meno incline a reagire e più interessato a conoscere.  Il fatto stesso di non reagire meccanicamente crea inoltre la possibilità di generare uno spazio intorno agli stati d’animo, alle emozioni e ai pensieri. Ad esempio, se nel nostro cuore avvertiamo il sorgere della malinconia, piuttosto che afferrarla ciecamente e sentirla come la ”nostra” malinconia, possiamo aprirci ad essa ed esserne consapevoli. Grazie alla pratica potremo essere capaci di sentire la presenza della malinconia senza esserne sopraffatti, provando, ad esempio,  a sentirla, anche a livello fisico, e ad aprirci all’esperienza della malinconia in una dimensione diversa da quella mentale-concettuale. Questa semplice possibilità rappresenta già un’occasione per uscire dall’angustia dell’identificazione, dalla limitatezza che fa di un’esperienza cangiante un qualcosa di solido e ineluttabile. Infatti, quando siamo completamente assorbiti dalla malinconia, pensiamo solo alla malinconia, siamo limitati dalla malinconia e questa prende sempre più il timone del nostro cuore. Magari, nel frattempo, passano davanti ai nostri occhi cose meravigliose, ma noi siamo  troppo occupati a tenerci stretta la malinconia, e quindi non ce ne accorgiamo.  In virtù del lavoro interiore cominciamo a comprendere che la presenza di uno stato d’animo è solo la presenza di uno stato d’animo, ma che la vita non cessa per questo di manifestarsi con la sua ricchezza. Questa comprensione ci rende sempre più pronti ad aprirci anche al resto, ci illumina sulla verità che possiamo essere molto di più della malinconia che ci visita.

La comprensione che libera

Con la pratica coltiviamo una fiducia crescente nei confronti della consapevolezza. Prima di cominciare a praticare può venir naturale pensare che solo le cose belle e piacevoli siano degne della nostra attenzione. Eppure, se guardiamo indietro nelle nostre vite, possiamo onestamente dire che siamo cresciuti solo in virtù di esperienze belle e piacevoli? 

… Corrado nel suo libro Attenzione saggia, attenzione non saggia, spiega molto bene il tema della spaziosità della mente coltivata come opposto della mente non lavorata continuamente limitata dall’identificazione con l’io-mio-me. La pratica della meditazione ci insegna a coltivare la consapevolezza-comprensione, e infatti Corrado sottolinea la parola comprensione.  Non è un caso che, nella tradizione del Dharma, l’attenzione saggia venga definita yoniso manasikāra, un’attenzione che accoglie, dove il termine yoniso ricorda il grembo femminile che accoglie la vita. Quindi, grazie alla pratica della consapevolezza impariamo ad accogliere e, in virtù di questa stessa accoglienza, nasce naturalmente una maggiore comprensione.

Brano tratto  dalla rivista dell’A.Me.Co. SATI n°2, 2012